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11/2015
La riforma dei processi di nullità matrimoniale

Come ampiamente riportato dalla stampa, agli inizi di settembre è stata presentata la riforma del processo canonico per le cause di dichiarazione di nullità del matrimonio contenuta nelle due lettere Motu Proprio di papa Francesco, «Mitis Iudex Dominus Iesus», avente ad oggetto il codice di diritto canonico e «Mitis et misericors Iesus», riguardante il codice dei canoni delle Chiese orientali.

Terza in ordine di tempo, dopo quella di Benedetto XIV nel 1741 e quella di Pio X nel 1908, la riforma operata da Bergoglio – definita “storica” da Mons. Pio Vito Pinto, decano della Rota Romana alla conferenza stampa di presentazione – costituisce effettivamente un passaggio assai significativo nell’evoluzione del diritto della Chiesa, anche a motivo delle inferenze di natura teologico-pastorale che discendono dalle novità introdotte.

La prima delle quali è rappresentata dall’eliminazione della c.d. “doppia sentenza conforme”, necessaria ai fini della definitiva declaratoria di nullità di un matrimonio canonico.

Sino a oggi, infatti, le sentenze di nullità matrimoniale, emesse da un competente Tribunale Ecclesiastico, dichiarano "nullo" giuridicamente un matrimonio, ovvero come mai esistito; per avere efficacia definitiva tali pronunciamenti devono essere ratificati da un Tribunale ecclesiastico di appello o dal Tribunale Apostolico della Rota Romana: una volta intervenuta la conferma della decisione adottata in primo grado, questa sentenza può ottenere efficacia anche per l’ordinamento italiano attraverso un procedimento chiamato "delibazione" della sentenza ecclesiastica, procedura questa da instaurare presso la competente Corte di appello (cfr. art.64 della legge 31 maggio 1995, n. 218).

Dal prossimo 8 dicembre 2015, giorno di entrata in vigore della riforma, ai fini della definitività del giudizio ecclesiastico e della possibilità di procedere alla successiva delibazione della sentenza ecclesiastica, sarà sufficiente «la certezza morale raggiunta dal primo giudice», come testualmente riportato nei documenti di recente pubblicazione. Giudice che – ed è questa la seconda rilevante innovazione – dovrà preferibilmente identificarsi nel vescovo diocesano, in ossequio a quanto stabilito dal Concilio Vaticano II che lo definisce non solo pastore, ma anche «giudice tra i fedeli a lui affidati».

Ovviamente, la necessità di una specializzazione in campo canonistico lascerà aperta, per lo stesso vescovo, la possibilità di delegare agli uffici della sua curia la funzione giudiziaria in materia matrimoniale, anche mediante la scelta un giudice unico che dovrà essere comunque un sacerdote.

Sempre al vescovo viene poi demandato di presiedere il cosiddetto processus brevior, nel quale saranno risolti i casi di nullità più evidenti: tra gli altri, la mancanza di fede, il matrimonio lampo con una separazione praticamente immediata, una relazione extraconiugale al tempo delle nozze, un aborto procurato per impedire la procreazione, l’occultamento della sterilità o di una grave malattia contagiosa (per esempio l’Aids), la presenza di figli nati da una precedente relazione, la violenza fisica con la quale si è costretto il partner al matrimonio.

Proprio l’inserimento della mancanza di fede da parte di uno o entrambi i coniugi tra i casi tipizzati di processo più breve - che può ragionevolmente equipararsi a una procedura amministrativa davanti al vescovo diocesano della durata di 45-60 giorni – ha dato aggio a molti commentatori di intravvedere nell’operato di Papa Francesco un segnale di piena sintonia, e per certi versi di impulso, alla “manovra di riavvicinamento” della Chiesa nei confronti di chi ha ritenuto di divorziare dal proprio coniuge, dando poi vita a un nuovo nucleo familiare.

Già l’allora Card. Joseph Ratzinger, nell’Introduzione all’istruzione della Congregazione della dottrina della fede sulla pastorale dei divorziati risposati del 1998, aveva osservato che «si dovrebbe chiarire se veramente ogni matrimonio tra due battezzati è ipso facto un matrimonio sacramento»; e, una volta divenuto Papa Benedetto XVI, ha sollevato più volte la questione.

Giunge ora la riforma di Papa Bergoglio, presentata da Mons. Pio Vito Pinto – presidente della commissione che per un anno ha lavorato alla stesura delle nuove norme – sulle pagine dell’Osservatore Romano di mercoledì 9 settembre con queste parole: «Ora non è più tempo delle analisi, ma quello di agire con giustizia e misericordia», di passare cioè «dal ristretto numero di poche migliaia di nullità a quello smisurato di infelici che potrebbero avere la dichiarazione di nullità, per l’evidente assenza di fede, come ponte verso la conoscenza e quindi la libera volontà di dare il consenso sacramentale, ma sono lasciati fuori dal vigente sistema».

Pur tra inevitabili difficoltà e “resistenze di varia natura” appare però chiaro che la strada da percorrere sia stata segnata una volta per tutte dal Sommo Pontefice: quella della misericordia, al cui esercizio quotidiano è chiamato il vescovo diocesano o l’eparca per le Chiese di rito orientale.

Loro è il compito di riconoscersi più responsabili non solo della dottrina, ma anche della giustizia e della misericordia, per i propri fedeli, tema questo, sottolineato a chiare lettere nella presentazione alla stampa, anche dall’Esarca apostolico di Atene, cioè il vescovo cattolico, Mons. Dimitrios Salachas: «A quanto mi risulta è la prima volta che in un documento pontificio di indole giuridica si ricorre a questo principio patristico di misericordia pastorale per affrontare un problema come quello della dichiarazione di nullità del matrimonio».

La sfida da sempre lanciata dal mondo moderno alla Chiesa sembra essere stata accolta; tante rimangono però le questioni aperte, come quella sollevata dal Cardinal Coccopalmerio, presidente della Pontificio Consiglio per i testi legislativi, alla presentazione dei due “Motu Proprio” e cioè che le nuove norme impongono un aggiornamento e un’integrazione dei canoni del Codex relativi alla famiglia: «Il Codice latino dovrebbe dare spazio non solo al sacramento del matrimonio, bensì anche alla famiglia, alla sua identità, alla sua soggettività e alla sua missione».

Il riferimento – chiarisce il presule – non è solo alla famiglia tradizionale, ma anche al «problema delle nuove normative civili relative a matrimonio e famiglia spesso incompatibili con la dottrina e la disciplina della Chiesa, però di fatto esistenti», che vengono «inevitabilmente ad avere un impatto sull’ordinamento».

E fa un esempio concreto: «Un solo caso, tra i più semplici; nelle legislazioni in cui le coppie omosessuali possono adottare, se una coppia omosessuale vuole battezzare il bambino, come si deve provvedere? Come, per esempio, si registra il battesimo?».

Sono interrogativi ampiamente dibattuti al Sinodo dei vescovi, dedicato proprio al tema della famiglia, che si è concluso il 24 ottobre scorso.

di Leonardo Lastei

11/2015
Non si può ridurre il canone per omessa registrazione

Ribadita dalla Corte costituzionale la precedente sentenza (n. 50/2014) sull’illegittimità dei commi 8 e 9 dell’art. 3 del d.lgs. n. 23/2011, che consentivano, tra l’altro, al conduttore di denunziare il locatore al Fisco, usufruendo di notevoli benefici

di Mauro Mascarucci

Perseguendo la penalizzazione dei proprietari immobiliari, nel 2011 l’allora ministro Tremonti ideava, con il d.lgs. 14 marzo 2011 n. 23, un regime di favore verso gli inquilini, attraverso i commi 8 e 9 dell’art. 3 che prevedevano, per chi avesse chiesto la registrazione di accordi “in nero”, un contratto di locazione costituito ex lege per la durata di quattro anni rinnovabili (4+4) con condizioni economiche di deciso favore: il canone annuo sarebbe stato fissato nel triplo della rendita catastale dell’immobile. A seguito dell'emanazione del suddetto d.lgs., l'Agenzia delle entrate provvedeva, di fatto, alla registrazione non solo dei contratti scritti e non registrati o registrati per un importo inferiore ma, con una non lieve forzatura, anche di quelli conclusi in forma orale, nonostante la l. 431/98 avesse comminato la loro nullità per difetto del requisito della forma scritta.

Diverse decisioni di merito avevano seguito l’interpretazione di cui sopra, ma molte altre (tra cui, Tribunale di Roma, sent. n. 21287 del 24.10.2013), si erano attenute a un’interpretazione diversa del dato normativo.

Ecco, quindi, che molti conduttori avevano iniziato ad avvalersi di detta tesi con la nuova conseguenza che si era aperto un certo contenzioso civile nel cui ambito era intervenuta la Corte costituzionale che, con la sentenza n. 50/2014, aveva dichiarato incostituzionali i commi 8 e 9 dell’articolo 3 per eccesso di delega.

Il Tribunale di Salerno e quelli di Palermo, Firenze, Genova e Roma (sezione distaccata di Ostia) avevano sollevato questione di legittimità costituzionale dell’art. 3, commi 8 e 9, del d.lgs. citato, nella parte in cui prevedeva un meccanismo di sostituzione sanzionatoria della durata del contratto di locazione per uso abitativo e di commisurazione del relativo canone in caso di mancata registrazione del contratto entro il termine di legge, nonché l’estensione di tale disciplina – e di quella relativa alla nullità dei contratti di locazione non registrati – anche alle ipotesi di contratti di locazione registrati nei quali fosse stato indicato un importo inferiore a quello effettivo, o di contratti di comodato fittizio registrati.

Intervenendo, per ovviare alla sentenza n. 50 citata, il Parlamento aveva definitivamente approvato il decreto legge 28 marzo 2014, n. 47, modificandone l'art. 5 con l'aggiunta del comma 1-ter, secondo cui, tra le altre cose, sono «fatti salvi, fino alla data del 31 dicembre 2015, gli effetti prodottisi e i rapporti giuridici sorti sulla base dei contratti di locazione registrati ai sensi dell’art. 3, commi 8 e 9, del d.lgs. 14 marzo 2011, n. 23».

Ciò significava che i contratti imposti forzosamente dall'Agenzia delle entrate in virtù del d.lgs. n. 23/2011, i quali prevedevano un canone pari al triplo della rendita catastale, conservavano il loro valore almeno fino al 31 dicembre 2015.

Il legislatore aveva così tentato di far rientrare dalla finestra ciò che era uscito dalla porta, prevedendo la salvezza, fino alla data del 31 dicembre 2015, degli effetti prodottisi e i rapporti giuridici sorti sulla base dei contratti di locazione registrati ai sensi dell’articolo 3, commi 8 e 9, del d.lgs. 14 marzo 2011, n. 23.

L’intervento legislativo in esame – non sanante, ancorché attuato nella fase di conversione del decreto-legge – avrebbe «di fatto, non solo vanificato la declaratoria d’incostituzionalità» ma, indebitamente, «addirittura prolungato gli effetti nel tempo» di norme dichiarate costituzionalmente illegittime. Il perseguimento, infine, della sola finalità della «repressione dell’irregolarità fiscale», indipendentemente da quella di garantire la funzione sociale della proprietà, configurerebbe una violazione dell’art. 42 Cost.

Ciò ha richiesto un nuovo giudizio di costituzionalità attivato con due ordinanze di contenuto pressoché identico, del 18 giugno e del 9 luglio 2014, rispettivamente r.o. nn. 207 e 208 del 2014, con le quali il Tribunale ordinario di Napoli ha sollevato, in riferimento agli artt. 3, 42, co. 2, e 136 della Costituzione, questione di legittimità costituzionale dell’art. 1 della legge 23 maggio 2014, n. 80, nella parte in cui, nel convertire in legge il d.l. n. 47/2014, ha introdotto, all’art. 5, il co. 1-ter, secondo cui: «Sono fatti salvi, fino alla data del 31 dicembre 2015, gli effetti prodottisi e i rapporti giuridici sorti sulla base dei contratti di locazione registrati ai sensi dell’art. 3, commi 8 e 9, del d.lgs. 14 marzo 2011, n. 23». Le ordinanze di rimessione sono state pronunciate nell’ambito di altrettanti giudizi di convalida di sfratto per morosità, relativi a contratti di locazione nei quali il conduttore aveva eccepito l’applicabilità dell’art. 3, co. 8, del d.lgs. 14 marzo 2011, n. 23, poiché il contratto era stato registrato tardivamente. La nuova norma sarebbe risultata, quindi, in contrasto anzitutto con l’art. 136 Cost., essendosi nuovamente introdotta nell’ordinamento giuridico una disposizione legislativa oggetto di dichiarazione d’incostituzionalità: a prescindere dall’improprietà del riferimento a presunti “diritti acquisiti” o a “rapporti consolidati”, la norma contestata, nel riferirsi a “fattispecie future”, attribuirebbe, infatti, al conduttore il vantaggio di invocare i pagamenti effettuati, in conformità delle norme richiamate, sottraendosi all’adempimento integrale del contratto stipulato; pertanto, la pronuncia d’illegittimità costituzionale della stessa avrebbe l’effetto di rendere esigibile, da parte del locatore, la prestazione contrattuale nella sua interezza, consentendo al creditore la piena acquisizione patrimoniale del diritto fatto valere. La disposizione denunciata sarebbe poi in contrasto anche con l’art. 3 Cost., perché la previsione “di salvaguardia”, con il previsto limite temporale, avrebbe introdotto un regime irragionevolmente discriminatorio ratione temporis rispetto ai medesimi rapporti di locazione.

Vi sarebbe, infine, un contrasto con l’art. 42, co. 2, Cost., dal momento che il bilanciamento di interessi che il legislatore opera in funzione di esigenze sociali della proprietà, non può, comunque, tradursi in uno «svuotamento di rilevante entità e incisività del suo contenuto». Nel caso di specie, l’evidente compressione del contenuto della proprietà avrebbe svuotato di contenuto l’autonomia negoziale, senza una proporzionale ricaduta sul piano della funzione sociale: la determinazione del cosiddetto “canone catastale”, notoriamente inadeguato, rappresenterebbe, «nella sostanza, un’imposizione contrattuale di carattere sanzionatorio per infedeltà fiscale», nonostante che l’osservanza delle norme tributarie sia autonomamente «oggetto di piena tutela giuridica».

La Corte costituzionale con la sentenza 16 luglio 2015, n. 169, riuniti i giudizi ha dichiarato l’illegittimità costituzionale dell’art. 5, comma 1-ter, del decreto-legge 28 marzo 2014, n. 47, convertito, con modificazioni, dall’art. 1, co. 1, della l. 23.05. 2014, n. 80, argomentando che, se certamente il legislatore resta titolare del potere di disciplinare, con un nuovo atto, la stessa materia, è senz’altro da escludere che possa legittimamente farlo – come avvenuto nella specie – limitandosi a “salvare”, e cioè a “mantenere in vita”, o a ripristinare gli effetti prodotti da disposizioni che, in ragione della dichiarazione d’illegittimità costituzionale, non sono più in grado di produrne. Il contrasto con l’art. 136 Cost. ha, in un simile frangente, portata addirittura letterale. In altri termini: nel mutato contesto di esperienza determinato da una pronuncia caducatoria, un conto sarebbe riproporre, per quanto discutibilmente, con un nuovo provvedimento, anche la stessa volontà normativa censurata dalla Corte; un altro conto è emanare un nuovo atto diretto esclusivamente a prolungare nel tempo, anche in via indiretta, l’efficacia di norme che «non possono avere applicazione dal giorno successivo alla pubblicazione della decisione». Ne consegue che il proprietario è pienamente legittimato ad agire per morosità nei confronti dell’occupante al fine di ottenere il rilascio dell’immobile e il risarcimento per il godimento dello stesso.

09/2015
Roma rimane senz’altro la città più bella del mondo

Secondo il Censis è l’unica Capitale in cui il servizio pubblico non rappresenta il fulcro non rappresenta il fulcro della mobilità cittadina

1)Quale è secondo lei il primo problema a Roma, la vera emergenza?

Purtroppo non si può parlare di un solo problema ma di una serie di vere e proprie emergenze. La prima è sotto gli occhi di tutti i cittadini romani e dei turisti che per la prima volta arrivano nella “città eterna”. Eterna per il numero di ore che trascorri in mezzo al traffico caotico della Capitale d’Italia. Una rete metropolitana che perde qualsiasi confronto con le altri capitali europee da Praga a Vienna per non parlare di Parigi e Londra. Basti pensare che a Roma i chilometri di metropolitana sono 53 mentre nel capoluogo londinese sono 402. Secondo una recente statistica del Censis Roma è l’unica Capitale in cui il servizio pubblico non rappresenta il fulcro della mobilità cittadina. I bus, vecchi ed insufficienti, raggiungono in alcune ore della giornata la velocità massima di 12 chilometri all’ora. Non solo, nelle ore di punta sono talmente pieni che i passeggeri sono costretti a file interminabili per poter salire sui mezzi. Probabilmente è proprio per questo che Roma vanta un parco privato di vetture circolanti che raggiunge gli 856 veicoli ogni 1000 abitanti. Ciò comporta una serie di incidenti stradali impressionante che causa più di 150 vittime all’anno e oltre ventimila feriti per un costo sociale di 1,3 miliardi di euro. A questo va aggiunto il problema delle buche stradali, in alcuni casi vere e proprie voragini, a loro volta causa di incidenti, rallentamenti e disagi. Lo stesso Assessore ai Lavori Pubblici, Maurizio Pucci, ha confermato la necessità di un piano di manutenzione delle strade confessando però che, in molte zone della Capitale, non si sono potute realizzare neanche le strisce pedonali davanti alle scuole perché le condizioni del manto stradale non lo permettevano. E’ talmente evidente la situazione di sfascio che il Comune di Roma ha dovuto istituire uno Sportello di Conciliazione dove si dovranno recare tutti coloro che avranno subito incidenti e danni, secondo un formulario creato proprio dai dirigenti comunali, per: buche e dissesti del manto stradale, caduta di alberi, allagamenti determinati dalla chiusura di tombini. Si deve considerare che in tutta Roma ce ne sono 525 mila e, nell’intero 2014, ne sono stati puliti solo 25 mila. Una percentuale di meno del 5%. In queste condizioni sono stati ricevuti i 39 milioni di turisti dello scorso anno. Figuriamoci quelli che arriveranno per il Giubileo.

L’altro aspetto da sottolineare è quello dell’emergenza rifiuti. Roma è sporca e sono sempre di più i municipi sommersi dall’immondizia con cassonetti stracolmi in cui gabbiani, gatti e topi la fanno da padrone a seconda dell’orario. Saranno ben pochi i turisti che esulteranno per le notizie legate alla raccolta differenziata, per Marino arriverà al 50 % entro la fine dell’anno, quando saranno accolti dal tanfo di cumuli di spazzatura sparsa per le strade della Capitale.

2)Come far ripartire l’economia cittadina?

Roma rimane senz’altro la più bella città del mondo ma non vorremmo che questo dipendesse solo ed esclusivamente dal suo meraviglioso passato. Anche recentemente è stata infatti definita: “uno splendido garage a cielo aperto”. Occorre quindi che il suo ruolo di Capitale venga adeguatamente riconosciuto, con uno stanziamento ordinario come avviene per tutte le altre Capitali del mondo, per permettere una serie di adeguati investimenti che diano il via alla sua riqualificazione sotto tutti i punti di vista. L’edilizia è da sempre il volano dell’economia e se Roma si trova in questa situazione è anche per la penalizzazione che si è voluta dare a questo settore così importante. Secondo i dati Istat il valore del mattone è calato del 2,9 % negli ultimi due anni, di quasi il 15 % negli ultimi cinque. E’ chiaro che bisogna ripartire da questi dati e cambiare la tendenza. Una proposta semplice che noi abbiamo lanciato come Federproprietà è quella di invogliare i proprietari di immobili, sia al centro che in periferia, a rendere più belle le loro proprietà in vista del Giubileo. Per questo abbiamo chiesto una riduzione delle tasse per chi riqualificherà i propri palazzi con la tinteggiatura delle facciate.

3)Come è peggiorata/migliorata negli ultimi cinque anni?

Dispiace dover constatare che non vi sia nulla in cui Roma sia migliorata. Lo stanno a dimostrare le proteste spontanee che, troppo spesso, i cittadini sono costretti ad organizzare per farsi ascoltare dalle autorità. Non vi è un settore che abbia compiuto passi in avanti. Dal verde pubblico sempre più in stato di degrado e completo abbandono, anche in quelle zone che erano conosciute proprio per la bellezza dei loro parchi. Altro che “Pini” e “Fontane” di Roma del Respighi. I primi cadono a pezzi e mietono vittime, le seconde sono sporche e senz’acqua quando non vengono distrutte dai teppisti seguaci di quelle squadre che vengono a giocare nella Capitale , come è successo quest’inverno con la “Barcaccia” di Piazza di Spagna. Sono migliaia i negozi chiusi e mai più riaperti, sono migliaia i giovani e meno giovani che hanno perso il posto. Il tutto nel disinteresse più totale come se non vi fosse la possibilità di prendere i necessari provvedimenti in difesa del decoro, del diritto al lavoro e del rispetto delle regole civili.

4)Un suggerimento per affrontare al meglio il Giubileo di fine anno?

Da sempre Roma è stata considerata la città del Turismo, del commercio e del Terziario oltre che, naturalmente essendo la Capitale, la città dei Ministeri per eccellenza. Direi che, prima di tutto, bisogna ripartire proprio da quelle che sono le sue caratteristiche e che le possono ancora fornire le armi per recuperare dal punto di vista economico. E’ evidente che occorre prima di tutto, una migliore organizzazione. Non è possibile pensare che la nuova Fiera di Roma sia, in pochissimi anni, una fabbrica del deficit con decine e decine di milioni di euro al passivo. Il commercio è totalmente vittima di tre fenomeni che rappresentano soltanto la dimostrazione di una mancanza di buona volontà da parte di chi dovrebbe controllare: le bancarelle abusive che hanno trasformato Roma in un suk a cielo aperto, la sosta selvaggia che blocca le strade davanti ai negozi e i writers che riempono di scritte i palazzi storici del centro e i muri della periferia, autobus e treni aumentando quel senso di degrado ed abbandono che non possono certamente piacere ai turisti. Basterebbe prendere esempio dalle capitali europee per fare il necessario passo in avanti. Se a Roma erano previsti oltre 6 milioni di turisti soltanto per il riflesso dell’expo di Milano si può immaginare quanti in più ne potrebbe portare il Giubileo. Non solo ma il turista straniero, si sa , apprezza anche e soprattutto la buona cucina. A Roma ci sono mille possibilità di avere qualsiasi tipo di cibo ed una buona qualità. Anche da questo punto di vista bisogna controllare perché i prezzi non vengano aumentati artificiosamente fornendo così una pessima pubblicità per chi torna dall’averci visitato. Dobbiamo fornire pacchetti competitivi per chi voglia visitare i nostri musei, cambiare gli orari se necessario, creare nuove linee di trasporto pubblico per permettere di raggiungere agevolmente quei luoghi archeologici o comunque famosi da un punto di vista storico e religioso che si trovano in periferia. E’ un’occasione da non perdere anche perché difficilmente se ne potrà avere un’altra in un breve arco di tempo.

5)Quale intervento la vostra categoria sta attuando per le famiglie e chi vive o lavora o visita la nostra città?

Proprio perché crediamo nella necessità di aumentare al massimo la recettività creando nuovi posti letto a basso costo per chiunque voglia visitare Roma abbiamo chiesto ai nostri associati di fornirci la disponibilità per creare, seguendo le regole previste per ottenere i necessari permessi, nuovi Bed and Breakfast. Questo permetterebbe di garantire un ottimo prezzo ed un servizio eccellente a chi ha a disposizione budget limitati.

di Fabio Cauli

07/2015
Il bonus fiscale per mobili ed elettrodomestici

La detrazione Irpef è associata alle ristrutturazioni edilizie (che a loro volta usufruiscono di agevolazioni) sia di singole unità abitative sia di parti comuni dell’edificio; l’acquisto dei beni non deve precedere l’inizio dei lavori

A cura di Alessandro Caneba

Si può usufruire di una detrazione Irpef del 50% su un importo massimo di 10 mila euro per l’acquisto di mobili e di grandi elettrodomestici di classe non inferiore all’A+ (A per i forni), destinati ad arredare un immobile oggetto di ristrutturazione. La data dell’acquisto dei beni deve essere compresa tra il 6 giugno 2013 e il 31 dicembre 2015.

Per avere l’agevolazione è indispensabile realizzare una ristrutturazione edilizia (e usufruire della relativa detrazione), sia su singole unità immobiliari residenziali sia su parti comuni di edifici, sempre residenziali. Occorre, inoltre, che le spese per questi interventi di recupero edilizio siano state sostenute dal 26 giugno 2012.

Per ottenere il bonus è necessario che la data dell’inizio dei lavori di ristrutturazione preceda quella in cui si acquistano i beni. Non è fondamentale, invece, che le spese di ristrutturazione siano sostenute prima di quelle per l’arredo dell’immobile. La data di avvio dei lavori può essere dimostrata da eventuali abilitazioni amministrative, dalla comunicazione preventiva all’Asl, se è obbligatoria. Per gli interventi che non necessitano di comunicazioni o titoli abilitativi, è sufficiente una dichiarazione sostitutiva di atto di notorietà.

Quando si effettua un intervento sulle parti condominiali (per esempio, guardiole, appartamento del portiere, lavatoi), i condòmini hanno diritto alla detrazione, ciascuno per la propria quota, solo per i beni acquistati e destinati ad arredare queste parti. Il bonus non è concesso, invece, se acquistano beni per arredare il proprio immobile.

Interventi edilizi ai quali si applica la detrazione

• Manutenzione straordinaria, restauro e risanamento conservativo, ristrutturazione edilizia su singoli appartamenti (i lavori di manutenzione ordinaria su singoli appartamenti (per esempio, tinteggiatura di pareti e soffitti, sostituzione di pavimenti, idem d’infissi esterni, rifacimento d’intonaci interni) non danno diritto al bonus;

• ricostruzione o ripristino di un immobile danneggiato da eventi calamitosi, se è stato dichiarato lo stato di emergenza;

• restauro, risanamento conservativo e ristrutturazione edilizia, riguardanti interi fabbricati, eseguiti da imprese di costruzione o ristrutturazione immobiliare e da cooperative edilizie che entro 18 mesi dal termine dei lavori vendono o assegnano l’immobile;

• manutenzione ordinaria, manutenzione straordinaria, restauro e risanamento conservativo, ristrutturazione edilizia su parti comuni di edifici residenziali.

Esempi di lavori su appartamenti o parti comuni che danno diritto al bonus

Manutenzione straordinaria

• Installazione di ascensori e scale di sicurezza;

• realizzazione dei servizi igienici;

• sostituzione d’infissi esterni con modifica di materiale o tipologia d’infisso;

• rifacimento di scale e rampe;

• realizzazione di recinzioni, muri di cinta e cancellate;

• costruzione di scale interne;

• sostituzione dei tramezzi interni senza alterazione della tipologia dell’unità immobiliare.

Ristrutturazione edilizia

• Modifica della facciata;

• realizzazione di una mansarda o di un balcone;

• trasformazione della soffitta in mansarda o del balcone in veranda;

• apertura di nuove porte e finestre;

• costruzione dei servizi igienici in ampliamento delle superfici e dei volumi esistenti.

Restauro e risanamento conservativo

• Adeguamento delle altezze dei solai nel rispetto delle volumetrie esistenti;

• ripristino dell’aspetto storico-architettonico di un edificio

Esempi di lavori di manutenzione ordinaria su parti comuni che danno diritto al bonus

• Tinteggiatura di pareti e soffitti;

• sostituzione di pavimenti;

• sostituzione d’infissi esterni;

• rifacimento d’intonaci;

• sostituzione di tegole e rinnovo delle impermeabilizzazioni;

• riparazione o sostituzione di cancelli o portoni;

• riparazione delle grondaie;

• riparazione delle mura di cinta.

Esempi di acquisti consentiti

La detrazione spetta per le spese sostenute dal 6 giugno 2013 al 31 dicembre 2015 per l’acquisto di:

• Mobili nuovi, come letti, armadi, cassettiere librerie, scrivanie, tavoli sedie, comodini, divani, poltrone, credenze, materassi, apparecchi d’illuminazione;

• elettrodomestici nuovi di classe energetica non inferiore alla A+ (A per i forni), come rilevabile dall’etichetta energetica. L’acquisto è comunque agevolato per gli elettrodomestici privi di etichetta, a condizione che per essi non ne sia stato ancora previsto l’obbligo. Rientrano nei grandi elettrodomestici: frigoriferi, congelatori, lavatrici, asciugatrici, lavastoviglie, apparecchi di cottura, stufe elettriche, forni a microonde piastre riscaldanti elettriche apparecchi elettrici di riscaldamento radiatori elettrici - ventilatori elettrici - apparecchi per il condizionamento.

È escluso l’acquisto di porte, pavimentazioni (per esempio, il parquet), tende e tendaggi, altri complementi di arredo

Tra le spese da portare in detrazione si possono includere quelle di trasporto e di montaggio dei beni acquistati.

Come si ottiene il bonus

La detrazione per l’acquisto dei beni si ottiene indicando le spese sostenute nella dichiarazione dei redditi (modello 730 o modello Unico persone fisiche).

L’importo detraibile

Indipendentemente dall’importo delle spese sostenute per i lavori di ristrutturazione, la detrazione del 50% va calcolata su un importo massimo di 10.000 euro, riferito, complessivamente, alle spese sostenute per l’acquisto di mobili e grandi elettrodomestici. Inoltre, la detrazione deve essere ripartita tra gli aventi diritto in dieci quote annuali di pari importo. Il limite dei 10.000 euro riguarda la singola unità immobiliare, comprensiva delle pertinenze, o la parte comune dell’edificio oggetto di ristrutturazione. Quindi, il contribuente che esegue lavori di ristrutturazione su più unità immobiliari avrà diritto più volte al beneficio.

I pagamenti

Come per i lavori di ristrutturazione, per avere la detrazione sugli acquisti di mobili e di grandi elettrodomestici occorre effettuare i pagamenti con bonifici bancari o postali, sui quali va indicato:

• La causale del versamento (è quella attualmente utilizzata da banche e Poste Spa per i bonifici relativi ai lavori di ristrutturazione)

• il codice fiscale del beneficiario della detrazione

• il numero di partita IVA o il codice fiscale del soggetto a favore del quale il bonifico è effettuato. Stesse modalità devono essere osservate per il pagamento delle spese di trasporto e montaggio dei beni.

È consentito effettuare il pagamento anche mediante carte di credito o carte di debito. La data di pagamento è individuata nel giorno di utilizzo della carta da parte del titolare (indicata nella ricevuta di transazione) e non nel giorno di addebito sul conto corrente. Non è consentito, invece, fare il pagamento mediante assegni bancari, contanti o altri mezzi di pagamento.

I documenti da conservare

• Ricevuta del bonifico;

• ricevuta di avvenuta transazione (per i pagamenti con carta di credito o di debito);

• documentazione di addebito sul conto corrente;

• fatture di acquisto dei beni, riportanti la natura, la qualità e la quantità dei beni e dei servizi acquisiti.

Tratto dal sito dell’Agenzia delle entrate.

06/2015
ISTRUZIONI PER IMU – TARI-TASI

L’ Imposta Unica Comunale - IUC - è stata introdotta con il comma 639 dell’art. 1 della legge 27 dicembre 2013, n. 147 e si basa su due presupposti impositivi: il primo costituito dal possesso di immobili e collegato alla loro natura e valore, il secondo relativo all’erogazione e alla fruizione di servizi comunali.

La IUC si compone dell’IMU, dovuta dal possessore di immobili, escluse le abitazioni principali, e di una componente riferita ai servizi, che si articola nel tributo per i servizi indivisibili (TASI), a carico sia del possessore che dell'utilizzatore dell'immobile, e nella tassa sui rifiuti (TARI), destinata a finanziare i costi del servizio di raccolta e smaltimento dei rifiuti, a carico dell’utilizzatore.

La TASI graverà sul possesso o sulla detenzione a qualsiasi titolo di fabbricati, ivi compresa l'abitazione principale, di aree scoperte nonché di quelle edificabili, a qualsiasi uso adibiti ad eccezione dei terreni agricoli non ricompresi nel presupposto impositivo. Inoltre, presenterà la stessa base imponibile dell’IMU con l’aliquota di base pari all’1 per mille. Viene concessa ai Comuni la possibilità di introdurre agevolazioni (fino all’esenzione) a favore dei contribuenti meno abbienti.

Ai fini di non aumentare il prelievo fiscale complessivo sui contribuenti è stato, inoltre, previsto che l’aliquota della TASI deve rispettare, in ogni caso, il vincolo in base al quale la somma delle aliquote della TASI e dell’IMU per ciascuna tipologia di immobile non sia superiore all’aliquota massima consentita dalla legge statale per l’IMU, alla data del 31.12.2013. per il 2015, l’aliquota massima non può superare il 2,50 per mille, ma i Comuni possono arrivare sino al 3,30 per mille a condizione che con tale aumento siano finanziate detrazioni per le abitazioni principali.

L’IMU è un’imposta che, a partire dal 2012, sostituisce l’ICI e, relativamente a tutti gli immobili non locati, l’IRPEF e le addizionali all’IRPEF regionali e comunali.

L’IMU si applica al possesso di qualunque immobile - terreni, aree fabbricabili e fabbricati, comprese l'abitazione principale e le pertinenze della stessa.

Devono pagare l’IMU il proprietario, il titolare del diritto reale di usufrutto, uso, abitazione, enfiteusi, superficie sugli stessi, il concessionario nel caso di concessione di aree demaniali ed il locatario in caso di leasing.

SCADENZE IMU E TASI

Le scadenze di IMU e TASI sono regolamentate dalla normativa di riferimento emesse dai singoli Comuni.

Per il 2015 le scadenze ordinarie sono le seguenti:



TUTTAVIA, per quanto riguarda le scadenze, per il 2015, in alcuni comuni per la TASI sono state deliberate scadenze differenti, probabilmente per evitare troppi versamenti concentrati in poche scadenze. Quindi è sempre opportuno verificare sul sito comunale eventuali variazioni a carattere locale.

BASE IMPONIBILE
Sia la TASI che l’IMU sono calcolate con lo stesso criterio, quindi rendita catastale non rivalutata X coefficiente di rivalutazione X moltiplicatore X aliquota deliberata dal Comune.



MODELLI DI PAGAMENTO

Malgrado la normativa preveda che i Comuni assicurano la massima semplificazione degli adempimenti dei contribuenti rendendo disponibili i modelli di pagamento preventivamente compilati su loro richiesta, ovvero procedendo autonomamente all’invio degli stessi modelli, sembra, a tutt’oggi, che questo non accada.

Conseguentemente il contribuente dovrà effettuare il versamento di IMU e TASI utilizzando il bollettino postale o il modello F24 anche se non precompilato dal Comune.

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Codice civile, libro III, Titolo VII, Capo II - modificato dalla legge 11.12.2012 n. 220 con le integrazioni, indicate in neretto, apportate dal DL 23.12.2013 n. 145 convertito dalla legge 21.2.2014 n. 9.


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