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NUOVA DISCIPLINA DELLE ATTIVITÀ RICETTIVE EXTRABERGHIERE Nuova disciplina delle attività ricettive extralberghiere
Regione Lazio - Regolamento regionale del 7 agosto 2015, n. 8 (...)
GIURISPRUDENZA - di Mauro Mascarucci (Avvocato, consulente)
Decreto ingiuntivo: nel giudizio di opposizione non è sindacabile la validità della delibera che ha approvato il rendiconto
Il Tribunale di Verona con la sentenza 3 giugno 2015, n. 1458, ha ribadito il principio giuridico che in sede di opposizione a decreto ingiuntivo non è ammesso al debitore invocare la revoca del decreto sulla scorta dell'asserita invalidità della delibera assembleare. Infatti, le difese che è in grado di opporre il condòmino “moroso” avverso al decreto ingiuntivo possono riguardare la sussistenza del debito e la documentazione posta a fondamento dell'ingiunzione, ovvero il verbale della delibera assembleare, ma non è in grado di estendersi alla nullità o annullabilità della delibera avente ad oggetto l'approvazione delle spese condominiali.

Il condominio otteneva decreto ingiuntivo immediatamente esecutivo nei confronti del singolo condominio, avente ad oggetto il pagamento di spese condominiali per gli anni 2008 e 2009, come da rendiconto approvato dall'assemblea. Il condomino proponeva opposizione constando non solo il decreto ma anche la delibera di approvazione dei bilanci condominiali. In accoglimento della pretesa, il giudice di pace revocava il decreto ingiuntivo e dichiarava altresì nulla la delibera di approvazione del rendiconto. Il Tribunale annullava la sentenza del giudice di pace.v Spesso il condomino moroso tenta di opporsi all'ingiunzione di pagamento sostenendo di non dovere pagare le quote condominiali perché il rendiconto è sbagliato oppure è stato approvato irritualmente.

Su questo punto, però, la sentenza in commento, per costante orientamento della Cassazione, ricorda che in sede di opposizione a decreto ingiuntivo avente ad oggetto il pagamento degli oneri condominiali, non è ammesso invocare la revoca del decreto sulla scorta dell'asserita invalidità della delibera assembleare.

Il giudizio di opposizione al decreto ingiuntivo deve rimanere quindi confinato «all'accertamento dell'idoneità formale (validità del verbale) e sostanziale (pertinenza della pretesa azionata alla deliberazione allegata) della documentazione posta a fondamento dell'ingiunzione e della persistenza o meno dell'obbligazione dedotta in giudizio» (Cass. n. 10427/2000; n. 7569/1994), in quanto: «il giudice deve limitarsi a verificare la perdurante esistenza ed efficacia delle relative delibere assembleari, senza poter sindacare, in via incidentale, la loro validità, essendo questa riservata al giudice davanti al quale dette delibere siano state impugnate» (Cass. SS.UU. 26629/2009).

Non c’è favoreggiamento della prostituzione se il canone di locazione non è esagerato
Non sussistono i reati di favoreggiamento e sfruttamento della prostituzione nei confronti del soggetto che concede in locazione un appartamento a una prostituta a prezzo di mercato, anche se sia consapevole che l'inquilina vi eserciterà il meretricio.

L’ha stabilito la terza sezione penale della Cassazione con la sentenza n. 39181/2015, depositata il 28 settembre scorso, annullando la condanna dei confronti di un uomo che aveva dato in affitto gli appartamenti di sua proprietà ad alcune donne esercenti l'attività di meretricio.

Secondo gli Ermellini, la sola circostanza di aver concesso in locazione gli immobili dove si esercitava l'attività di prostituzione non è decisiva per configurare una condotta di favoreggiamento. Inoltre, l'ammontare del canone d'affitto pattuito è in linea con i prezzi di mercato, e ciò esclude che il locatore abbia tratto un ingiusto vantaggio economico dall'attività professionale delle inquiline.

È noto che l'art. 3 della legge n. 75/1958 (c.d. legge Merlin) punisce chiunque, in qualsiasi modo, favorisca o sfrutti la prostituzione altrui, equiparando il favoreggiamento allo sfruttamento, intendendosi per il primo quell'attività tesa a facilitare o comunque ad aiutare in modo determinante l'esercizio della prostituzione, mentre per il secondo l'approfittarsi dei proventi ottenuti da detta attività, con la consapevolezza che gli stessi provengano dall'esercizio della prostituzione.

Ora, secondo la Cassazione, nel caso di specie non può ritenersi configurabile il reato di favoreggiamento della prostituzione per il solo fatto che vi sia stata la concessione di un immobile in affitto a una prostituta. È vero – osserva la Corte – che il legislatore incrimina “chiunque favorisca in qualsiasi modo” la prostituzione altrui, ma è pur sempre necessario che la condotta materiale si renda concreto oggettivamente in un aiuto all'esercizio del meretricio in quanto tale. Se invece l'aiuto è prestato solo alla prostituta in quanto persona, non può configurarsi alcun favoreggiamento penalmente rilevante.

Più precisamente, se la locazione non è concessa allo scopo specifico di esercitare nell'immobile locato una casa di prostituzione (nel qual caso ricorrerebbe il reato di cui all'art. 3, n. 2, della legge Merlin), la condotta del proprietario non configura un aiuto alla prostituzione, ma semplicemente la stipulazione di un contratto attraverso cui è consentito a quest'ultima di realizzare il suo diritto all'abitazione. Insomma, in questo caso l’“aiuto” o, meglio, il contratto stipulato riguarda la persona e le sue esigenze abitative, e non la sua attività di prostituzione. Manca dunque un collegamento causale diretto tra contratto di locazione e agevolazione della prostituzione.

Decoro architettonico
Secondo la Corte di cassazione civile, sentenza n. 12582/15 del 17/06/2015, in materia di condominio di edifici, l'autonomia privata consente alle parti di stipulare convenzioni che pongano limitazioni, nell'interesse comune, ai diritti dei condomini, sia relativamente alle parti comuni, sia riguardo al contenuto del diritto dominicale sulle parti di loro esclusiva proprietà, senza che rilevi che l'esercizio del diritto individuale su di esse si rifletta o no sulle strutture o sulle parti comuni.

Ne discende che legittimamente le norme di un regolamento di condominio – aventi natura contrattuale, in quanto predisposte dall'unico originario proprietario dell'edificio e accettate con i singoli atti di acquisto dai condomini, ovvero adottate in sede assembleare con il consenso unanime di tutti i condomini – possono derogare o integrare la disciplina legale e in particolare possono dare del concetto di decoro architettonico una definizione più rigorosa di quella accolta dall'art. 1120 c.c., estendendo il divieto d’immutazione sino a imporre la conservazione degli elementi attinenti alla simmetria, all'estetica, all'aspetto generale dell'edificio, quali esistenti nel momento della sua costruzione o in quello della manifestazione negoziale successiva (Cass. 6-10-1999 n. 11121; n. 1748; Cass., 29-4-2005 n. 8883; Cass. 14-12-2007 n. 26468; Cass. 24-1-2013).

Distanze legali
Secondo la Corte di cassazione civile sentenza 6923/15 dello 07/04/2015

In tema di condominio degli edifici l'applicabilità delle norme sulle distanze legali trova limite per l’ipotesi di opere eseguite in epoca anteriore alla costituzione del condominio, atteso che in tale caso l'intero edificio, formando oggetto di un unico diritto dominicale, può essere nel suo assetto liberamente precostituito o modificato dal proprietario anche in vista delle future vendite dei singoli piani o porzioni di piano, con la conseguenza che queste comportano, da un lato, il trasferimento della proprietà sulle parti comuni (art. 1117 c.c.) e l'insorgere del condominio, e dall'altro lato, la costituzione in deroga (o in contrasto) al regime legale delle distanze di vere e proprie servitù a vantaggio e a carico delle unità immobiliari di proprietà esclusiva dei singoli acquirenti, in base a uno schema assimilabile a quello dell'acquisto della servitù per destinazione del padre di famiglia.

Modifiche al verbale dopo la chiusura dell’assemblea
Con sentenza 31 marzo 2015, n. 6552 la Cassazione Civile sez. II ha risolto la questione se il verbale dell'assemblea condominiale debba essere redatto e chiuso alla presenza dell'assemblea condominiale, oppure possa essere redatto, corretto o modificato anche in assenza dell'organo collegiale, essendo, al riguardo, sufficiente che il verbale riporti la sottoscrizione del presidente e del segretario. Veniva impugnata una delibera condominiale sia per postulati vizi relativi alla sua verbalizzazione, la quale era stata modificata in alcune indicazioni riguardanti la presenza e l’assenza di altri condomini successivamente alla chiusura dell’assemblea stessa che sulla legittimità riguardanti alcun lavori. Il Tribunale accoglieva il ricorso, la Corte di appello rigettava.

La Corte di cassazione adita richiamava i principi espressi dalla precedente giurisprudenza secondo cui, in via generale, il verbale dell'assemblea condominiale rappresenta la descrizione di quanto è avvenuto in una determinata riunione e da esso devono risultare tutte le condizioni di validità della deliberazione, senza incertezze o dubbi, non essendo consentito fare ricorso a presunzioni per colmarne le lacune; esso deve, pertanto, contenere l'elenco nominativo dei partecipanti intervenuti di persona o per delega, indicando i nomi dei condomini assenzienti e di quelli dissenzienti, con i rispettivi valori millesimali, perché tale individuazione è indispensabile per la verifica dell’esistenza dei quorum prescritti dall'art. 1136 c.c.; altresì la Corte stabiliva che eventuali interventi correttivi meramente materiali apportati al verbale dopo alla chiusura dell’assemblea su disposizione del presidente e con l’esecuzione da parte del segretario non comportano l’invalidità della relativa delibera quando le rettificazioni – comunque controllabili successivamente – non abbiano inciso significativamente sul computo della maggioranza richiesta per l’assunzione della delibera stessa, nel senso che non l’abbiano, in ogni caso, fatta venir meno.

Il creditore può richiedere all'amministratore i dati di tutti i condomini
L'amministratore deve fornire al creditore del condominio i nominativi di tutti i condomini, con indicazione delle relative quote millesimali, soprattutto quando si tratta di crediti imprevisti, cioè non ancora deliberati dall'assemblea.

È quanto emerge dall'ordinanza n. 3717/2015 del Tribunale di Monza, depositata il 3 giugno 2015, con la quale il giudice lombardo ha accolto la richiesta del creditore di avere l'intera anagrafe dei condomini. Com’è noto, il codice impone all'amministratore di comunicare ai creditori del condominio che lo interpellino i dati dei soli condomini morosi; i creditori, inoltre, non possono agire nei confronti degli obbligati in regola con i pagamenti, se non dopo l'escussione dei condomini morosi.

Secondo la pronuncia in commento, detta disposizione trova applicazione solo per i debiti già deliberati dall'assemblea. Per le spese impreviste, invece, il creditore potrà legittimamente richiedere i dati di tutti i condomini obbligati, morosi e non. Sarà poi l'amministratore a specificare al creditore se qualche condomino non sia moroso, avendo pagato la sua quota e, quindi, a fornire i soli nominativi dei morosi. In caso contrario, fornirà tutti i nominativi.

Una macchia di umidità non legittima il rimborso della spesa sostenuta "in urgenza"
La Corte di cassazione, Sezione 2 civile, sentenza 14 aprile 2015, n. 7457, ha stabilito che una macchia di umidità sul soffitto non autorizza il proprietario dell'appartamento a richiedere ai condomini, senza la preventiva autorizzazione dell'assemblea, il rimborso delle spese sostenute “in urgenza” per il rifacimento del lastrico solare. Manca, infatti, la prova che la spesa sia “indifferibile” in quanto, se rinviata, avrebbe arrecato «pregiudizio o pericolo» alla cosa comune. (Corte di cassazione, Sezione 2 civile, sentenza 14 aprile 2015, n. 7457)

Gli appartamenti del piano terra partecipano alle spese dell’ascensore solo se deliberato all’unanimità
Secondo la Corte di cassazione, Sezione 2 civile, sentenza 30 aprile 2015, n. 8823, in tema di condominio di edifici, la regola posta dall'articolo 1124 c.c., relativa alla ripartizione tra i condomini delle spese di ricostruzione (oltre che di manutenzione) delle scale è applicabile per analogia, ricorrendo identica “ratio”, alle spese relative alla ricostruzione (e manutenzione) dell'ascensore già esistente. Con l'ulteriore specificazione che la disciplina legislativa in “subiecta materia” (articoli 1123 e 1125 c.c.) è, suscettibile di deroga mediante un accordo unanime di tutti i condomini, avente valore negoziale. Con atto di citazione del 20 giugno 2001 il proprietario di una porzione immobiliare facente parte di un condominio di Roma conveniva in giudizio, davanti al tribunale di Roma, gli altri condomini dello stabile, per sentire accertare e dichiarare l'invalidità della tabella C relativa alla ripartizione delle spese di ascensore, perché erroneamente formulata e compilata e per l'effetto sostituire la tabella millesimale inesatta con altra maggiormente conforme alla legge al regolamento di condominio, alla reale struttura dell'immobile e alle possibilità d'uso dell'ascensore da parte del ricorrente. Deduceva l'attore di essere proprietario di un'unità immobiliare posta al piano terra dello stabile e che nonostante ciò nella tabella millesimale C relativa alla ripartizione delle spese di gestione dell'ascensore il suo appartamento era stato considerato erroneamente come sito al primo piano ricevendo, pertanto, un'attribuzione millesimale eccedente rispetto a quella effettivamente dovuta. Il tribunale di Roma con sentenza n. 10733/2004 rigettava la domanda e condannava lo stesso al pagamento delle spese di lite. Avverso tale sentenza proponeva appello. Secondo la Corte di appello di Roma, anche gli appartamenti del primo piano erano serviti dall'ascensore per consentire di raggiungere l'ultimo piano di proprietà comune. Che, comunque, la ripartizione in misura difforme da quella prevista dall'articolo 1124 c.c., non può essere considerata un errore nella formazione delle tabelle millesimali, posto che, ai sensi dell'articolo 69 disp. att. c.c., queste riguardano solo i valori proporzionali di ciascun piano, di ciascuna porzione di piano, spettante in proprietà esclusiva ai singoli domini. Pertanto, con sentenza n. 1800/2009, rigettava l'appello e condannava l'appellante al pagamento delle spese del grado. Al contrario, la Cassazione accoglieva il ricorso, ritenendo – come più volte affermato – che in tema di condominio di edifici, la regola posta dall'articolo 1124 c.c., relativa alla ripartizione tra i condomini delle spese di ricostruzione (oltre che di manutenzione) delle scale è applicabile per analogia, ricorrendo identica “ratio”, alle spese relative alla ricostruzione (e manutenzione) dell'ascensore già esistente. Con l'ulteriore specificazione che la disciplina legislativa in “subiecta materia” (articoli 1123 e 1125 c.c.) è, suscettibile di deroga mediante un accordo unanime di tutti i condomini, avente valore negoziale. Nel caso in esame, la sentenza impugnata ha, sostanzialmente, disatteso i principi suddetti non avendo chiarito – e lo avrebbe dovuto – se tutti i condomini all'unanimità avevano concordato una deroga al criterio legale di riparazione delle spese condominiali relative alla manutenzione dell'ascensore. In definitiva, il ricorso veniva accolto, la sentenza impugnata cassata e la causa rinviata ad altra sezione della Corte di appello di Roma la quale, giusta la norma di cui all'articolo 385 c.p.c., provvederà al regolamento delle spese anche del giudizio di Cassazione.

La secchiata d'acqua contro il vicino costituisce reato anche se non lo investe
La Corte di cassazione, III sez. penale, sentenza 28/05/2014, n. 21753, ha confermato la ritenuta sussistenza del reato, previsto e punito dall'art. 674 del codice penale, nella condotta materiale di un condomino che ha gettato una secchiata d'acqua contro il vicino. La Corte ha ritenuto che il reato è configurato con la semplice attività materiale del prevenuto del versamento di materiale liquido direttamente per sua mano o con altro modo, essendo indifferente la circostanza che l'effetto non si sia verificato, rilevando la sola potenzialità di offendere, imbrattare o molestare le persone (ad es. getto d'acqua all'interno di un'abitazione utilizzando una pompa).

Riscaldamento centralizzato: condomino che si distacca concorre alle spese?
Secondo la Cassazione civile, sez. II, sentenza 30.04.2014 n. 9526 (cfr. Cass. 30.0.2006, n. 7518; 25.3.2004, n. 5974; 2.7.2001, n. 8924), il condomino, può legittimamente rinunziare all’uso del riscaldamento centralizzato e distaccare le diramazioni della sua unità immobiliare dall’impianto termico comune, senza necessità di autorizzazione o approvazione degli altri condomini, tuttavia, permane il suo obbligo di pagamento delle spese per la conservazione dell’impianto, e di quelle di gestione, se e nei limiti in cui il suo distacco non si risolve in una diminuzione degli oneri del servizio di cui continuano a godere gli altri condomini. Ed è questo, per la verità, un orientamento giurisprudenziale che ha assunto, adesso, veste di diritto positivo in ragione del quarto comma del nuovo art. 1118 c.c. così come modificato dalla legge n. 220/2012 in vigore dal 18 giugno 2013, c.d. riforma del condominio, il quale ha, espressamente, ammesso la possibilità del singolo condomino di distaccarsi dall’impianto centralizzato di riscaldamento o di raffreddamento qualora questi dimostri che dal distacco non derivino notevoli squilibri di funzionamento o aggravi di spesa per gli altri condomini.

Con la sentenza in questione la suprema Corte torna a occuparsi del distacco dall’impianto centralizzato di riscaldamento e della misura del contributo alle spese di esercizio da parte del soggetto che rinuncia all’impianto condominiale.

Un tema ampiamente dibattuto che ha visto la S.C. assumere posizioni ormai consolidatesi nel tempo. Conformandosi a tale orientamento, con la sentenza 30 aprile 2014, n. 9526, la Cassazione pone l’accento sulle novità in materia introdotte con la legge n. 220/2012 evidenziando che «[…], un orientamento giurisprudenziale che ha assunto, adesso, veste di diritto positivo in ragione del quarto comma del nuovo art. 1118 c.c. […] il quale, ha, espressamente, ammesso la possibilità del singolo condomino di distaccarsi dall’impianto centralizzato di riscaldamento o di raffreddamento qualora dimostri che dal distacco non derivino notevoli squilibri di funzionamento o aggravi di spesa per gli altri condòmini».

«In altri termini, e in sintesi, […], continuano a essere obbligati a partecipare alle spese di consumo del carburante o di esercizio […] perché se il costo di esercizio dell’impianto (rappresentato anche dall’acquisto di carburante necessario per l’esercizio dell’impianto) dopo il distacco non è diminuito e se la quota non sarebbe posta a carico del condomino distaccante, gli altri condòmini sarebbero aggravati nella loro posizione dovendo farsi carico anche della quota spettante al condomino distaccato». Il pronunciamento è riferito a un caso ante.

Mansarda condominiale: incorporazione arbitraria e poteri dell'amministratore
Secondo Cassazione civile, sez. II, sentenza 08.01.2015 n. 40, in tema di condominio, le azioni reali da esperirsi contro i singoli condomini (o contro terzi) e dirette a ottenere statuizioni relative alla titolarità, al contenuto o alla tutela dei diritti reali dei condomini su cose o parti dell'edificio condominiale che esulino dal novero degli atti meramente conservativi (al cui compimento l'amministratore è autonomamente legittimato ex art. 1130 n. 4 codice civile) possono essere esperite dall'amministratore solo previa autorizzazione dell'assemblea, ex art. 1131, primo comma, codice civile, adottata con la maggioranza qualificata di cui all'art. 1136 dello stesso codice (Cass., Sez. II, 3 aprile 2003, n. 5147; Cass., Sez. II, 6 febbraio 2009, n. 3044).

Nelle azioni relative ai diritti autodeterminati, quali i diritti assoluti come la proprietà e gli altri diritti reali di godimento, la causa petendi s’identifica con i diritti stessi e con il bene che ne forma oggetto, essendo superflua la dimostrazione degli atti e dei fatti da cui dipende il diritto anelato. «Ne consegue che l'allegazione, nel corso del giudizio di rivendicazione, di un titolo diverso (nella specie, usucapione) rispetto a quello (nella specie, contratto), posto inizialmente a fondamento della domanda, costituisce solo un'integrazione delle difese sul piano probatorio e non determina, quindi, la novità della domanda né la rinuncia alla valutazione del diverso titolo dedotto in precedenza» (Corte di Cassazione, 21 novembre 2012, n. 20558).

Dare dell'incompetente all'amministratore di condominio
A sdoganare un termine, che generalmente è percepito come offensivo, è la quinta sezione penale della Corte di cassazione (sentenza 5 febbraio 2015 n. 5633) che ha annullato senza rinvio una decisione con cui i giudici di merito avevano condannato una condomina per il reato di ingiuria. La donna, infatti, nel corso di un'assemblea condominiale si era rivolta all'amministratore apostrofandolo con l'epiteto di "incompetente".

Il caso finiva dinanzi alla Corte di cassazione, dove l'imputata faceva notare come la parola "incompetente" era stata profferita nel contesto di una discussione assembleare, dove si criticava legittimamente l'operato dell'amministratore.

Una tesi questa che ha fatto breccia nei giudici della suprema Corte secondo cui è proprio il contesto della discussione condominiale in cui la parola è stata pronunciata a rendere lecito l'epiteto.

Come si legge nel testo della sentenza nella fattispecie può ravvisarsi l'esercizio «di un legittimo diritto di critica nei confronti dell'amministratore, con riguardo alle modalità della gestione del condominio da parte dello stesso».

Il termine, continua la Corte, «non trascende di per sé i limiti di tale esercizio», non investendo la persona dell'amministratore in quanto tale ma limitando la critica agli atti da lui compiuti «nel compimento del proprio incarico».

Clausola di esclusione in atto di vendita di parte comune dell’edificio
Secondo la Cassazione, sez. II civile, sentenza 29 gennaio 2015, n.1680 la clausola, contenuta nel contratto di vendita di un appartamento sito in un edificio in condominio, con cui sia esclusa dal trasferimento la proprietà di alcune parti comuni dell'edificio stesso, deve ritenersi nulla, poiché con essa si intende attuare la rinuncia di un condomino alle dette parti comuni, vietata dal capoverso dell'art. 1118 c.c.. Trattavasi di esclusione di corridoio di accesso ad alcune unità immobiliari di un fabbricato condominiale.

La Corte di legittimità ha ritenuto opportuno premettere che l'art. 1117 c.c. contiene un'elencazione non tassativa ma solo esemplificativa delle cose comuni, essendo tali, salvo risulti diversamente dal titolo, anche quelle aventi un'oggettiva e concreta destinazione al servizio comune. Ciò posto, si ribadisce che l'art. 1117 c.c. non stabilisce una presunzione legale di comunione per le cose in esso indicate nei n. 1, 2 e 3, ma dispone che detti beni sono comuni salvo che non risultino di proprietà esclusiva in base a un titolo; e che il criterio d'individuazione delle cose comuni dettato da tale norma non opera con riguardo a cose che, per le loro caratteristiche strutturali, risultino destinate oggettivamente al servizio esclusivo di una o più unità immobiliari. Servizio esclusivo che, ove riferito non a una sola ma a più unità immobiliari, dà luogo al c.d. condominio parziale, a sua volta configurato nella giurisprudenza di legittimità anche con riferimento al caso di corridoi posti al servizio soltanto di talune delle unità immobiliari condominiali.

L'art. 1117 c.c. contiene un'elencazione non tassativa ma solo esemplificativa delle cose comuni, essendo tali, salvo risulti diversamente dal titolo, anche quelle aventi un'oggettiva e concreta destinazione al servizio comune di tutte o di una parte soltanto delle unità immobiliari di proprietà individuale. Nel quale ultimo caso, inverandosi l'esistenza di un c.d. condominio parziale, deve ritenersi nulla, per violazione della norma imperativa di cui all'art. 1118, 2° comma c.c., la clausola del contratto di vendita di una singola unità immobiliare che escluda la coeva cessione della comproprietà su una o più cose comuni.

Rei vindicatio e beni condominiali. Legittimazione attiva dell'amministratore
Secondo la Corte di cassazione, sez. II Civile, sentenza 4 novembre 2014 – 8 gennaio 2015, n. 40 Presidente Triola – Relatore Giusti in tema di condominio, le azioni reali da esperirsi contro i singoli condomini (o contro terzi) e dirette a ottenere statuizioni relative alla titolarità, al contenuto o alla tutela dei diritti reali dei condomini su cose o parti dell'edificio condominiale che esulino dal novero degli atti meramente conservativi (al cui compimento l'amministratore è autonomamente legittimato ex art. 1130 n. 4 c.c.) possono essere esperite dall'amministratore solo previa autorizzazione dell'assemblea, ex art. 1131, primo comma, c.c., adottata con la maggioranza qualificata di cui all'art. 1136 dello stesso codice (Cass., Sez. II, 3 aprile 2003, n. 5147; Cass., Sez. II, 6 febbraio 2009, n. 3044).

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